Nuruddin Farah parla del legame forte con la sua terra

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Nuruddin Farah parla del legame forte con la sua terra

Sergio Buonadonna, caporedattore delle pagine culturali del Secolo XIX, ha intervistato ieri pomeriggio dal palco del teatro San Matteo lo scrittore somalo Nuruddin Farah, intervenuto a Carovane per presentare il suo ultimo libro, “Mappe” (Frassinelli). Nato nel 1945 a Baidoa, nell'ex Somalia italiana, Nuruddin Farah è uno dei massimi scrittori africani di lingua inglese. Esule dalla Somalia in quanto critico della dittatura di Siad Barre, dopo avere vissuto in diversi paesi da qualche anno risiede a Città del Capo, in Sudafrica. Dei suoi molti romanzi, in Italia sono apparsi “Chiuditi Sesamo” (1992), “Latte agrodolce” (1993) e “Sardine” (1996), che formano la trilogia “Variazioni sul tema di una dittatura africana”.
Successivi sono “Doni” (2001), “Segreti” (2002) e “Mappe” (2003), che compongono la trilogia “Sangue al sole”.
Il suo ultimo libro, “Mappe”, ha spiegato Buonadonna, è ambientato durante la guerra tra Etiopia e Somalia e narra di una storia somala, dove le mappe del titolo «disegnano i terreni dell'anima e quelli geografici, sono le mappe delle appartenenze e delle etnie, delle lingue e dei confini, che nel Corno d'Africa cambiano continuamente». Attorno alla figura di Askar, protagonista del libro - ha proseguito Buonadonna - si dipana la tormentatissima storia recente della Somalia, poiché scrivere della sua patria, raccontarla nei suoi libri è l'obiettivo che si è dato Farah allo scopo di mantenere in vita il suo Paese.
«Io non vivo più in Somalia da oltre 20 anni - ha spiegato Farah - ma la Somalia è l'unico luogo da cui traggo ispirazione, da cui alimento la nevrosi della mia creatività. Io mi sento somalo, penso e scrivo sulla Somalia da somalo, soprattutto in questi ultimi tempi, in cui molti somali hanno tentato di prendere le distanze dalla loro patria».
Un legame forte, dunque, quello che lega Farah alla Somalia, nonostante i tanti anni di esilio, come dimostra la motivazione che lo ha spinto a diventare uno scrittore: «Da bambino leggevo libri scritti in inglese e in arabo - ha raccontato lo scrittore - poiché il somalo non è una lingua scritta. Poi è successo che leggendo “Le mille e una notte” ho trovato un personaggio che aveva il mio nome e, tutto orgoglioso, ho ritagliato il pezzo di carta su cui era stampato e l'ho incollato su un mio quaderno. Tuttavia non riuscivo a trovare, in nessun altro libro, nessun nome somalo. E così ho pensato questo: quando sarò grande scriverò libri affinché i bambini somali possano trovare il proprio nome stampato su un libro».
L'intervista di Buonadonna ha toccato poi diversi aspetti dell'arte e della vita di Nuruddin Farah, dalla sua passione alla sua scrittura. Di quest'ultima, in particolare, Buonadonna ha sottolineato l'aspetto onirico, l'uso frequente del sogno, che ricorre in molti libri dello scrittore somalo. «E' vero - ha commentato Farah - considero i sogni molto importanti, perché informano dello stato mentale che ha la persona quando è sveglia e il realismo magico altro non è che un modo per eliminare la sofferenza che c'è quando si è svegli». Infine l'esilio, in cui però Farah afferma di aver sentito non sofferenza, ma un senso di liberazione. «In realtà - ha poi specificato - io non mi sento in esilio, perché vivo in Africa e sento l'Africa come il mio grande Paese».

Caterina Caravaggi, libertà, 10.9.03


pubblicazione: 10/09/2003

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